Sacra Famiglia scuola napoletana

Sacra Famiglia scuola napoletana

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Raffinato dipinto ad olio su tela raffigurante la Sacra Famiglia, scuola napoletana del XVIII secolo attribuibile alla cerchia di Corrado Giaquinto (1703-1766).

Dimensioni cm 42 x 35 circa

Stato di conservazione eccellente, commisurato all’epoca. Leggere cadute di colore, cretto coevo, restauri e rintelo del XIX secolo, telaio originale.

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Corrado Domenico Nicolò Antonio Giaquinto (Molfetta, 8 febbraio 1703 – Napoli, 18 aprile 1765). Nasce da Francesco, un sarto napoletano, e da Angela Fontana, quinto di otto figli, l’8 febbraio 1703, alle ore 21, venendo battezzato tre giorni dopo nella Cattedrale di Molfetta.Il sacerdote e notaio apostolico Joannes Muto (Molfetta, nato 12 maggio 1669 – morto 21 marzo 1731), autore di un manoscritto sulle “Famiglie Molfettesi” redatto tra la fine del XVII secolo e il primo quarto del secolo successivo, scrivendo su questa famiglia, riferisce di un suo precoce apprendistato nella bottega del modesto pittore Saverio Porta, (ca 1667 – ca 1725), diversamente da quanto riferisce invece lo storico contemporaneo Bernardo De Dominici, che scrive di un Corrado distolto da una carriera ecclesiastica preordinata dai suoi genitori, grazie all’iniziativa di un domenicano lombardo, architetto e matematico, il quale, consapevole delle doti del giovinetto, lo avrebbe indirizzato verso l’attività artistica.In ogni caso, è certo che il Giaquinto lascia Molfetta per Napoli nel marzo 1721, ritornando a Molfetta nel febbraio 1723 per ritornare nuovamente a Napoli nell’ottobre 1724. Qui sarebbe stato allievo di un seguace di Francesco Solimena, il pittore Nicola Maria Rossi, del quale Corrado “imitò con tanta somiglianza la bella tinta ….che sovente scambiavasi con gli originali le copie fatte da lui”.Un successivo discepolato, ipotizzato ancora dal Da Dominici presso Francesco Solimena, non ha alcun riscontro, né appaiono in quel periodo sue opere che possano riferirsi alla maniera del maestro napoletano.Nel marzo 1727 è a Roma, ormai pittore indipendente, tanto da aprire una propria bottega presso ponte Sisto, nella parrocchia di San Giovanni della Malva, con l’allievo Giuseppe Rossi, che è testimone delle nozze del maestro, celebrate il 4 giugno 1734, con la romana Caterina Agata Silvestri; i due sposi vanno ad abitare “sotto la parrocchia di san Tomaso in Parione”.La prima opera documentata del Giaquinto è il Cristo in croce con la Madonna, san Giovanni Evangelista e Maria Maddalena, per la cattedrale della città portoghese di Mafra, commissionata nel 1730 dal re del Portogallo Giovanni V tramite il rettore della chiesa romana dell’Ara Coeli, padre José Maria de Fonseca e d’Evora. Una commissione prestigiosa, seguita, il 21 gennaio 1731, dall’incarico di eseguire affreschi nella chiesa di San Nicola dei Lorenesi: il ciclo comprende, nella volta, San Nicola fa scaturire l’acqua dalla roccia, nella tribuna, le Tre Virtù teologali, nella cupola Il Paradiso e nei pennacchi le Tre Virtù cardinali; vi affresca ancora, nella controfacciata, un Prigione e un Santo.Il restauro, che ha eliminato le ottocentesche ridipinture a olio degli affreschi, ha confermato l’inesistenza di una dipendenza stilistica del Giaquinto dal Solimena, ribadendo invece il suo studio dell’ultimo Luca Giordano, da lui visto tanto a Napoli quanto nella chiesa romana della Maddalena, nella quale il giordanesco San Lorenzo Giustiniani gli suggerisce la commistione dell’affresco con l’effetto pastellato della superficie; nello stesso tempo si è voluto vedere nell’affresco del 1729 nella chiesa romana di Sant’Isidoro del francese Charles-André van Loo, che Giaquinto conoscerà personalmente in Piemonte, un’ulteriore occasione di meditazione per l’acquisizione del suo personale linguaggio pittorico. Nel giugno 1733, invitato dall’architetto Filippo Juvarra, è a Torino, dove il 20 settembre aggiunge alla pala del San Giovanni Nepomuceno, del Conca, nella chiesa di San Filippo, le figure della Madonna e di un angelo. Nella capitale piemontese Giaquinto decora ad affresco il soffitto di una sala della Villa della Regina con un Trionfo degli dei – andato distrutto durante la seconda guerra mondiale – la Morte di Adone e l’Apollo e Dafne, oltre a eseguire delle Storie dell’Eneide su alcune sovrapporte. Lascia Torino probabilmente alla fine del 1734 per tornare a Roma: qui, il 19 febbraio 1735, perde la moglie Catarina e il neonato figlio Gaspare, per parto prematuro; sepolti nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, li ricordava un tempo una lapide, ormai perduta, dettata dallo stesso pittore. In quello stesso anno dovrebbe essere tornato a Torino, dove intorno al 1738 avrebbe completato le opere per la Cappella di San Giuseppe della chiesa di Santa Teresa, e cioè l’affresco dell’Assunzione di San Giuseppe e le tele del Riposo in Egitto e del Transito di san Giuseppe, il cui bozzetto è ora custodito nella Galleria Sabauda. Tornato a Roma nel 1738, esegue l’anno successivo, per la parrocchiale di Rocca di Papa, l’Assunzione della Vergine, commessagli dal nipote del papa Alessandro VIII, Pietro Ottoboni. Il 3 gennaio 1740 dona all’Accademia di San Luca, di cui è divenuto membro, il bozzetto dell’Immacolata Concezione con il profeta Elia preparato per la chiesa torinese del Carmine: la tela, commissionata dal marchese Giuseppe Turinetti di Priero, giunse a Torino il 12 luglio 1741. In una cronaca romana del tempo, alla data del 17 marzo 1742, si legge che il papa Benedetto XIV «…portossi alla chiesa di San Giovanni Calabita de’ PP Benfratelli….osservò con molto piacere la nuova ristaurazione di quella Chiesa abbellita di….ottime pitture tanto nelli tre nuovi quadri degl’Altari che nei due riquadri dell’Altar maggiore, e nel volto, tutta opera del Pittore Sig. Corrado Napolitano….». Nella volta della navata Giaquinto dipinse le Opere di carità di san Giovanni Calabita e la sua assunzione in cielo, in quella del transetto il tondo della Trinità, nelle lunette due Virtù e nei pennacchi i Cherubini con gli strumenti della Passione; ai lati dell’altare maggiore sono due tele con il Martirio di santa Marta e il Sant’Antonio abate.Il Diario Ordinario d’Ungheria, alla data 27 aprile 1743, dà notizia dello scoprimento del soffitto ristrutturato della chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, nel quale sono “nel mezzo la Gloria Celeste, con la Croce trionfante e san Michel’Arcangelo che precipita nell’abisso i Demoni, oltre molte figure e rappresentanze; quale con l’altro della Crociata e colla Tribuna dell’Altar maggiore tutta ritoccata e ripulita nelle pitture antiche, che rappresentano l’Invenzione e l’Esaltazione rispettivamente della SS Croce, formano tutto assieme una vaga e magnifica comparsa, sì per le antedette pitture che sono opera del virtuoso Sig. Corrado Giacquinto Napolitano, sì per la nobile doratura e vaghi stucchi, de’ quali ambedui li Soffitti e Chiesa tutta rispettivamente resta nobilitata e abbellita”.Negli anni romani, l’arte di Giaquinto ebbe una virata dal rococò in direzione del nascente neoclassico, anche per l’esempio dell’arte di Carlo Maratta e per l’influsso di artisti coevi come Pompeo Batoni e Pierre Subleyras. Anche da Roma Giaquinto continuò ad occuparsi di commissioni per Carlo III di Spagna, che gli affidò un dipinto per la chiesa della Trinità degli Spagnoli in Via Condotti. Successivamente il re richiamò l’artista molfettese a Madrid per decorare i vasti spazi dello scalone e della Capilla Real del suo palazzo, nell’ambito di un vasto programma di lavori che avrebbero coinvolto alcuni dei più prestigiosi artisti d’Europa, come Anton Raphael Mengs e Giovanni Battista Tiepolo. Sempre in questi anni Giaquinto lavorò al palazzo reale della Granja, presso Segovia e alla Basilica di Nostra Signora e di Sant’Antonio a Mafra in Portogallo. Nel 1762, afflitto da problemi di salute, Giaquinto rientrò a Napoli alla corte del figlio di Carlo di Borbone, Ferdinando IV di Borbone. Ultima sua importante commissione fu un ciclo di tele per la distrutta chiesa di San Luigi di Palazzo, che era stata da poco restaurata dall’amico Luigi Vanvitelli.